OMÓS – noi non siamo uguali

© Rodolfo Cammarata

 

 

Coreografia / Choreography

Performer
Riccardo Olivier

Luci / Light design

Giulia Pastore

produzione / production

Fattoria Vittadini

(performance derivata dall’elaborazione del site-specific per il Festival lecite/visioni)

Omós è una sovrascrittura di tre percorsi molto differenti: testo video-proiettato, scrittura coreografica e musicale, che intendono comporre la polifonia complessa dello stare conflittuale di Riccardo di fronte alla parola omossessuale.Il percorso coreografico consegna all’avambraccio destro il ruolo di motore di azioni, percorsi e immagini statiche citate di autodefinizione del sé. Si perlustra così tra le molte ombre di dinamiche personali e sociali di un corpo che si esprime per essere, che agisce dunque è. Il materiale viene elaborato in un’arcata tesa da una prima iniziale “ambientazione” privata, casalinga, fino ad un’immagine finale, simbolo in movimento che trae spunto dal dibattersi di una falena su un vetro.Il percorso testuale si basa su ricerche effettuate su sex workers a Bucarest e a Milano e su riflessioni personali, profondamente ispirate dal pensiero Gayatri Chakravorty Spivak e in particolare al concetto di comune identità transitoria strumentale delle comunità dei subalterni. Chi ha un accesso discriminato, secondario, difficile alla società e a pratiche di autodeterminazione del sé, trova nell’adesione a dei modelli comportamentali una risposta comunitaria, utile, attorno cui fare gruppo, ma non completa e soddisfacente per l’individuo. In questa fase, che ha un valore transitorio, normalmente si trova assieme la forza di richiedere un riconoscimento politico e sociale, anche attraverso il processo del pride, anche se paradossalmente si contribuisce ad installare all’interno e all’esterno di questa comunità, le cosiddette soft discriminations, pregiudizi non invalidanti l’identità e il valore di cittadino dell’individuo, ma comunque barriere di un processo di più sincera e serena adesione al sé. Il percorso audio-musicale analogicamente consuona con alcune paure che questi processi muovono, con esperienze di violenza, anche collettiva, con la fatica di tenere testa a prese di posizione, o anche “semplicemente” al processo di definirsi, di fronte a sé e agli altri. Le registrazioni audio di scontri di polizia, soundscape ambientali di archivio o ricercati apposta (in natura, in manifestazioni e anche realizzati ad hoc) si innestano sulle versioni di Imany di “T'es beau” di Pauline Croze, “Who will loveme know” di PJ Harvey e la versione di Bjorn Warning “FOLI (there is no movement without rhythm)” dalla versione originale di Thomas Roebers and Floris Leeuwenberg; “Foli” significa movimento nella lingua della tribù Malinke

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