S A L V A J E

(PRECEDENTEMENTE ODIO)

© Viola Berlanda

 

 

Coreografia / Choreography
Daniel Abreu

Creazione - Performance / Creation - Performance
Chiara Ameglio, Noemi Bresciani, Vilma Trevisan

Riallestimento / Restaging

Fattoria Vittadini (Mattia Agatiello, Chiara Ameglio, Noemi Bresciani, Vilma Trevisan)

Scene - Costumi / Set design - Costume design
Daniel Abreu

Luci / Light design

Irene Cantero, Giulia Pastore

Direzione tecnica / Technical direction
Giulia Pastore

 

produzione / production

Fattoria Vittadini

supporto / support

Fondazione Cariplo

coproduzione / coproduction

Torinodanza festival, Les Halles de Schaerbeek

collaborazione / collaboration

Arteven Circuito Teatrale Regionale Veneto, Teatro Comunale Città di Vicenza, AMAT - Associazione Marchigiana Attività Teatrali 


Spettacolo programmato in collaborazione con Fondazione Piemonte dal Vivo - Circuito Regionale Multidisciplinare 

 

Salvaje nasce dalla collaborazione di Fattoria Vittadini con il coreografo Daniel Abreu, selezionato attraverso il bando “C4C – call for choreographer”.

Lo spettacolo, che ha debuttato con il titolo Odio al Festival Torinodanza 2016, è ora riproposto in una nuova veste: una carrellata di immagini e quadri che espongono, a volte anche in modo crudo, quell’impulso distruttivo in cui emerge l’idea di strumentalizzare l’altro da sé. Le tre interpreti mettono in scena una forza primordiale e selvaggia, diventando figure che ne esprimono l’essenza al di là di ogni morale, mettendo in discussione la percezione che sia loro sia il pubblico hanno di queste emozioni spesso socialmente non accettate.

Essere selvaggi significa abbandonarsi ad una naturale esigenza di affermazione e a un bisogno di appartenenza, la necessità istintiva di lasciare la propria orma. Se siamo capaci di lasciarci andare a tutte quelle emozioni animali che sentiamo, allora siamo in reale connessione con l’altro che diventa l’oggetto del nostro sentimento.

 

Attraverso l’esposizione della parte di loro più aggressiva, le danzatrici mostrano la loro vulnerabilità. Mettendosi a nudo possono rivelare al pubblico e a loro stesse la parte di sé spesso repressa e giudicata “sbagliata”. Attraversando queste emozioni (che si trasformano in stati fisici, danze concitate e immagini disturbanti), accettandole e vivendole senza giudizio per quelle che sono, le performer arrivano a una catarsi, a una necessità di condivisione. Non sono più solo individui-personaggi che coesistono in uno stesso spazio, ma persone che interagiscono e creano relazioni e legami, mescolando le loro percezioni e abbandonandosi alla sicurezza che il “gruppo/gregge” rappresenta.

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