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LINGUA

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Coreografia e interpretazione | Chiara Ameglio

in collaborazione con  | Santi Crispo

musiche | Keeping Faka

produzione | Fattoria Vittadini, Festival Danza in rete 

durata 30/40 minuti senza intervallo

“Lingua” è una performance che genera una relazione con lo spettatore attraverso un corpo che diventa territorio da esplorare con lo sguardo. Un rituale linguistico di trasmissione che invita a trascrivere sul corpo della performer le proprie tracce, producendo una lingua pulsante, eco di somiglianze originarie in cui riconoscersi. Il segno, l’immobilità, il respiro si fanno grammatica comunicativa, elementi di un incontro collettivo. “Lingua” nasce dalla tensione verso un campo di interesse: intimità, empatia, linguaggio. Il senso del limite, oggi così acuto, è anche quello di ricordarci che possiamo desiderare di annullarlo, che i nostri corpi sono vicini se desiderano toccarsi.

 

 

La performance Lingua nasce nel tentativo di rispondere ad alcune domande: Qual è il suo incarico primario della performance? Qual’ è la sua missione? La risposta è un lancio, uno stimolo, una tensione verso un campo di interesse: intimità, vicinanza, empatia, linguaggio. Il dialogo tra performer e spettatore, quel filo invisibile tra azione performativa e azione di osservazione, è generato da un corpo che esiste nel momento stesso in cui viene guardato. La performance prende forma nell’attesa creata da un lasciarsi guardare, fino a ribaltare i compiti, gli incarichi, le missioni tra la performer e il pubblico. Tutti i corpi coinvolti, di chi guarda e di chi si lascia guardare, sono avvolti da una “lingua” che li unisce, ci sussurrano il limite, si compongono di tracce invisibili, sono mappe delle nostre identità che comunicano con altre, mai conosciute, ma che riscopriamo essere legate da somiglianze primitive e originarie.

Il corpo esposto della performer si fa territorio da esplorare con lo sguardo, mosso da una danza in cui riconoscere e riconoscersi: il salire e scendere delle costole, l’estensione dell’addome, la vibrazione sottile del sangue che pulsa sotto la pelle, le sue pieghe, i suoi dettagli e cavità; un dispositivo di carne, ossa, sangue, pelle, materia pulsante viva che scivola, si fa strada tra altri corpi simili e incontra occhi che si aprono, ricevono, domandano. Il corpo si fa caverna, ventre gravido di una lingua che si insinua, strumento di trasmissione e traduzione di parole non dicibili, eco di micromovimenti collettivi. Il corpo che abitiamo è tutto ciò che abbiamo, è simbolo di tutto e il contrario di tutto, traccia collegamenti, strade, ponti, voragini, risonanze: ci dà la libertà di muoverci, ma allo stesso tempo è ciò che limita il possibile

 

Dall’osservazione all’ interazione

La performer mostrerà al pubblico l’azione reale di scrivere sulla sua pelle, invitandolo a compiere la medesima azione su un corpo che si dona come superficie da riempire, come una tela sulla quale depositare i propri segni, le proprie tracce. Prende forma un rituale linguistico di trasmissione, in cui il pubblico è fautore della composizione e della trasformazione del corpo della performer, che attraverso il movimento restituisce una traduzione istantanea del segno lasciato. Un corpo che diverta lingua e linguaggio, strumento e significato, portatore di un'identità singola e comune; si investe di ogni traccia lasciata su di sé diventando qualcosa di altro, ma conservando la sua più profonda identità, il suo ruolo intrinseco: essere ponte, collegamento tra me e l'altro. La lingua viene scorta in uno sguardo, un movimento, un segno e, generata dalla necessità di entrare in relazione con chi ci circonda, trasforma la performance in un incontro collettivo, in cui non solo il segno sul corpo, ma anche lo sguardo, l'immobilità, il respiro diventano grammatica comunicativa amplificata dalla condivisione con l'altro. La ricerca della più arcaica urgenza comunicativa dell'essere umano porta ad indagare in profondità l'interazione: il teatro come occasione di incontro per lasciare un segno, una reciproca traccia del passaggio l'uno sull'altro.

Qual è l'urgenza che porta l'essere umano ad interagire? Da dove nasce la lingua?

LINGUA dopo la pandemia

La performance LINGUA è nata prima del lockdown. Nel corso della pandemia abbiamo sentito ancora più forte l’urgenza di proseguire la ricerca sul linguaggio e sulla relazione tra i corpi. Abbiamo quindi elaborato una nuova versione di LINGUA che interroga il tempo presente, portando in scena l’impossibilità della sua realizzazione, la rappresentazione dell’irrimediabilità di una distanza. La formula trovata prevede l’inclusione nello spazio di azione della performance di un pubblico “scelto” sul territorio (da un minimo di 3) che possa agire nella vicinanza e compiere l’azione di contatto, secondo le regolamentazioni. La contingenza e le limitazioni sono diventate occasione di riflessione sulla presenza del corpo come strumento di interazione, di tessitura di legami, di relazioni, di incontro con l’altro. Il valore di questi concetti ora più che mai è messo in pericolo, spetta a noi immaginare come questi, nelle restrizioni di oggi, possano essere messi in salvo. Il nostro compito come artisti è quello di tenere viva la necessità di vicinanza, di dare un segno di resistenza. Il senso del limite, oggi così acuto, è anche quello di ricordarci che possiamo desiderare di annullarlo, che i nostri corpi sono vicini se desiderano toccarsi, anche se non possono.

Prenderci cura di questa barriera attraversandola insieme, sostenendoci per superare la paura, per non smettere di nutrire il nostro senso di comunità.

LINGUA ph. Sara Meliti (2)
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LINGUA ph. Fabio Mattiolo (3)
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